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| Slayer
Christ Illusion | | Etichetta: American Recordings Durata: 38:29 Anno: 2006 Genere: Thrash Metal
01. Flesh Storm 02. Catalyst 03. Eyes of the Insane 04. Jihad 05. Skeleton Christ 06. Consfearacy 07. Black Serenade 08. Catatonic 09. Cult 10. Supremist
Tom Araya - vocals Dave Lombardo - drums Kerry King - guitars Jeff Hanneman - guitars
Venti e rotti anni di storia e un'influenza pandemica nell'universo metallico (thrash, death, black e doom ringraziano) e hardcore non sono bastati agli Slayer per esimersi dalle vagonate di critiche mossegli da molti nella seconda parte della loro carriera, in quegli anni '90 attraversati senza Lombardo in seguito alla pubblicazione di un monster album come "Season in the abyss". L'arrivo nel 2001 di un Lp - "God Hates us All" - che segna in parte ("Disciple" è il primo hit memorabile in dieci anni, con buona pace di ) il ritorno al thrash metal e la seguente riapparizione dell'uragano Dave dietro le pelli fruttano quattro anni di tour, innumerevoli partecipazioni ai festival estivi e ristampe del catalogo fino a questo inizio di Agosto, quando il nuovo "Christ Illusion" ha portato con sè temporali che sanno di punizione divina. Preceduto il 6/6/06 (nominato per l'occasione "Slayer Day") dalla pubblicazione del singolo "Cult", che a buon diritto aveva fatto sperare molti fan, il nuovo lavoro di Araya e soci piomba sulla attuale scena metal odierna come una bomba destinata a mettere tutti in riga di fronte all'Assassino. Già, perchè ormai di gente che suona più brutale, più veloce, più tecnica e cazzi vari ce n'è davvero tanta ma chissà perchè tutti pendiamo dalle labbra dei maestri e quando dobbiamo scegliere tra il nuovo degli Unearth (ottimo) o dei Lamb of God e "Christ Illusion", il fascino di quest'ultimo lo porta sul piatto dello stereo come un magnete la calamita. Come prima mossa gli americani decidono di gettare sul banco agnosticismo, anticristianesimo e Satana ed è come giocare a carte scoperte contro avversari (fan e critica) che sono invece sempre più numerosi ed imprevedibili, pronti ad adorare un disco o a sputarci sopra con una casualità e influenzabilità disarmante. Per questo la partita si fa più complicata ed uscirne vittoriosi aumenta la grandezza di un possibile successo: è quanto succede con il lavoro in questione, grazie ad una delle migliori copertine della band, in grafica vecchio stile ma dal soggetto complesso e ricco di simbologia (anche se forse la povera Madre Teresa la si poteva lasciare in pace), oltre che disegnata alla perfezione (realizzata su un pannello di legno di quattro metri per quattro), e alle liriche ben scandite e meravigliosamente strillate, che non mancano di senso del ridicolo e coincidono perfettamente con le atmosfere ora rabbiose, ora marcescenti create dagli strumenti. Ma pure se a scrivere i testi fosse Lucifero in persona, quello che conta, si sa, è il tonnellaggio della musica e al riguardo siamo ben al di sopra dei carichi eccezionali: nella tradizionale decina di brani gli Slayer ripercorrono tutta la loro storia musicale, con il palese intento di tornare a suonare thrash metal senza risparmiare velocità e attitudine old-school pur non rinnegando il sound groovy e accattivante maturato la scorsa decade. Il risultato è degno dei quattro capolavori dell'Inferno (da "Hell" a "Season"), pur con l'attenuante di tre lustri in cui abbiamo ricevuto vagonate di violenza e di cui paghiamo un pò di assuefazione, e anche se al primissimo ascolto i deja vu ci torturano, basta un secondo play per violentarsi collo ed orecchie cominciando a ficcarsi in testa ogni maledettissimo stop'n go, ogni assolo, ogni urlo sguaiato e ogni riff stoppato, distorto e tagliente: impossibile non tentare di imitare con le braccia le mazzate che piombano su pelli e piatti mentre sotto il tavolo i polpacci e le caviglie sono presi dal raptus. L'intreccio di chitarra e batteria che dà il via al disco si chiama "Flesh Storm", ma lo si potrebbe confondere con "Angel of Death" o "War Ensemble": fatto è che quando Tom inizia a strillare la mente torna al presente e i neuroni spediscono messaggi perniciosi ai muscoli del collo, che riposano qualche secondo solo sui bridge cadenzati per poi autodistruggersi sugli assoli. Assalto fotocopia quello che giunge da "Catalyst",ed anche se Tom cede alla tentazione di rappeggiare prima del finale, si può chiudere un occhio vista la fantastica accelerazione che segue e l'urlo di chiusura. Se l'intero "South of heaven" non bastò per riprendersi dal trauma di "Reign in blood", "Eyes of the Insane" svolge con successo il compito di smorzare l'attacco delle prime due tracce (i tempi son proprio cambiati...), richiamandosi proprio alle sonorità dell'album del 1988, con il pregio aggiunto di alcune parti così violentemente marziali da far accapponare anche la pelle dei polpacci. La strana melodia iniziale (che si imprime nella mente al primo impatto) di "Jihad" è un piccolo trauma per i tradizionalisti, ma non c'è dubbio riguardo alla sua paternità slayeriana quando la banda attacca al completo: anche se per il resto del brano rimane quel feeling saltellante è innegabile che un pò di variazione sul tema aggiunga valore al platter; vale davvero la pena accettare qualche innovazione per godersi un pezzo tanto fresco ed accattivante. Qualcuno è rimasto tanto sconvolto per la sperimentazione? Ecco una bella marcia infernale, a nome "Skeleton Christ", che alterna momenti più ritmati a fughe in primitivo thrash style: niente di sconvolgente, ma sicuramente l'attenzione resta alta. La metà del disco è già passata ma, come solo i grandi sanno fare, il meglio deve ancora venire: ecco una chitarrona che sputa un riff stile motosega, mazzate che si abbattono sui tamburi manco tuonasse, un vorticoso rullare e una timida scala melodica che danno l'attacco alla voce: via al moshpit più scatenato con "Catalyst", distillato di violenza in tre minuti di riff death metal, lunghi assoli e un drumming che nemmeno il dio Thor con il suo martello sacro saprebbe fare di meglio: un brano devastante, compatto ma vario, con punte di eccellenza nella parte precedente l'ultimo refrain, in cui per una ventina di secondi cambiano le pennate del riff; molto probabilmente il migliore del lotto, assolutamente obbligatorio nelle prossime setlist del gruppo, e che potrebbe soppiantare un classico senza generare scandali. Anche per "Christ Illusion" arriva un leggero ma percettibile calo e se "Black Serenade" scorre bene ma senza brividi di sorta (a parte forse il refrain azzeccato) con il suo tiro moderno ma di scarso impatto, "Catatonic" rallenta di brutto i ritmi ed è forse tirata un pò troppo per le lunghe senza motivo. Niente di clamorosamente brutto comunque, ed anzi piuttosto funzionale, visto che si crea la giusta attesa per il nuovo climax, che prontamente arriva. Non è un caso che "Cult" sia stata scelta come annunciatrice di questo attesissimo comeback: una vera meraviglia di canzone, a partire dalla sulfurea armonia con sottofondo di piatti che prelude allo sterminio seguente, con il maestro Lombardo a distribuire ordini di morte; impressionante la varietà di patterns ritmici che il batterista inserisce in un solo pezzo, riuscendo a stupire in ogni minimo passaggio tra rullate, doppio pedale, colpi in controtempo e soprattutto quei maledettissimi vortici che scatena prima di partire a tutta velocità.E' lui il protagonista di questo atteso ritorno, ed è innegabile come sia il suo marchio a innescare il salto di qualità. Anche Kerry e Hanneman sembrano indiavolati, e mentre Araya grida il suo odio contro Gesù e la religione con parole di fuoco, i due sfoderano riff e assoli senza un briciolo di cognizione, portando a termine il proprio blitzkrieg in quattro minuti e quaranta. Finisce qui? No, perchè l'ultima "Supremist" è un'altra sorpresa: pennate a motosega in pieno swedish style, drumming manco a dirlo devastante e sempre incredibilmente vario - con una spruzzata di blasts piuttosto rari per la band - e distorsioni a pioggia riescono a chiudere in bellezza il disco che, a conti fatti, sembra essere il più veloce (dopo "Reign") mai scritto dalla band. Amici, italiani, fratelli del metallo: gli Slayer sono tornati, ed anche in un buon stato di forma; anche se ormai dobbiamo rassegnarci a non sentire mai più Tom gridare dal vivo (e queste canzoni ne risentiranno) non possiamo che accoglierli a braccia aperte e farci nuovamente rovinare la salute fisica e mentale. Se siete ancora indecisi sulla meta della vostra villeggiatura, questo mare di sangue e nefandezze fa proprio al caso vostro...
Luca Marini
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