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 Live Reports  OPETH + Amplifier, Live Club Trezzo sull'Adda (MI) 15/12/06
Posted by lucamarini on 18/12/2006 10:49:17 (1305 reads)

E' un piacere accogliere di nuovo in Italia uno dei migliori gruppi metal degli anni '90, al termine di un tour lungo e ricco di soddisfazioni: è ormai infatti un anno e mezzo che gli Opeth sono in giro per il mondo e per questo loro viaggio italiano, l'ultimo di tutta la tournee seguita a "Ghost Reveries", sono ben quattro le date in programma. Sono pochi, ormai, quelli che non hanno visto la band in azione, visti anche i concerti del Dicembre 2005 e di Giugno al GOM 2006, ma quando alle 23 in punto Akerfeldt e soci prendono posizione sul piccolo palco, il Live Club - che conta almeno 400 teste - si scatena in un forte applauso (quasi un'ovazione) che lascia trasparire un enorme affetto e una attesa genuina.
Ma andiamo con ordine: la serata si apre con le saturazione degli Amplifier, gruppo inglese con il gusto per le grasse schitarrate dei Kyuss e le rarefazioni psichedeliche di Oceansize e Tool: il trio ha energia ed emozioni da vendere e nonostante le parti cantate siano forse troppo abbozzate tiene bene la scena per quasi quaranta minuti.
Notevoli i brani più lunghi, che mostrano un'ottimo gusto per i crescendo elettrici che hanno fatto la fortuna del post-rock.
Dopo un veloce cambio di palco, sugli spazi ridotti del locale (in cui gli svedesi non possono nemmeno piazzare lo striscione d'ordinanza) prendono posto gli Opeth, il cui drummer Axenrot, sul lato destro, rimane pressochè nascosto alle spalle del bassista mentre gli altri quattro sono ben visibili e appaiono ancora abbastanza freschi.
L'impatto sonoro è però ai limiti della vergogna, e le prime note si perdono in un caos di batteria e strani rumori somiglianti a dei riff, mentre il grow di Mickael va e viene: il mixerista ci mette un paio di minuti ma raggiunge un risultato almeno sufficiente a non farsi mettere le mani addosso e lo show può continuare senza altri intoppi.
La scaletta è alquanto varia, tant'è che dopo "Ghost of Perdition" viene proposto un pezzo grezzo e folkeggiante come "When" (da "My Arms your Hearse") e di uno decisamente più moderno come "Bleak", entrambi ben eseguiti nonostante i volumi meglio equalizzati ma ancora troppo bassi per dare alla musica degli svedesi la potenza necessaria: a tratti è parso di udire qualcuno leggermente fuori tempo ma è difficile capire se la colpa fosse dell'impianto.
Mikael comincia nel frattempo a gigioneggiare, mostrando di saper tenere il pubblico in palmo di mano grazie all'evidente carisma e a battute divertenti e spesso autoironiche: è chiaro che ci si trova davanti ad un uomo che ama la propria musica ma non gli eccessi da rockstar e considera il proprio lavoro come un sogno, conscio di averlo realizzato anche grazie al supporto di chi gli sta di fronte.
I presenti capiscono e apprezzano, aumentando i boati di assenso.
Piuttosto comico sentirlo introdurre l'estratto da "Morningrise" come un "death-doom-melodic-death -doomy with some melodies", con dedica speciale ai fan italiani che di quel disco hanno fatto una malattia più di chiunque altro nel pianeta.
Si sterza verso atmosfere più soft con la stupenda "Face of Melinda", pulita e melodica ma sempre capace di scuotere, specie se impreziosita da una ottima performance della band; dopo un altro divertente siparietto di Arkfeldt riguardo all'edizione speciale di "Ghost Reveries" ("which contain the uncut version of the video, with stripping and naked...but i haven't seen it") partono le note di "The Grand Conjuration": strumentalmente ineccepibile e suonato con il giusto feeling, questo pezzo è capace di risvegliare anche chi fino ad ora era riuscito a rimanere tranquillo.
Con una media di dieci minuti a canzone se ne è gia volata via più di un'ora, senza sbadigli o eccessivi cali di tensione. Dopo un altro siparietto divertente sulle metal ballads e sul cuore dei metallari giunge il momento della morbida "Windowpane", dove emerge il grandissimo tocco dello strumento che questi musicisti possiedono, tranne forse per "Axe", il cui stile violento è spesso fin troppo evidente.
Annunciato come ultimo pezzo (dopo una allegra sfida "Yes! Noooo! Yes! Noooo!" tra pubblico e cantante) e introdotto da una scena ridicola di "headbanging without music" istigato dal frontman, "Blackwater Park" cade come una mazzata sui colli degli astanti che si lasciano finalmente andare muovendosi come tarantolati.
I cinque se ne vanno, come da tradizione, e lasciano anche passare diversi minuti prima di ripresentarsi: è in quest'ultima parte, forse, che si toccano l'apice musicale e del divertimento: quest'ultimo quando la band appena rientrata fa gli auguri al proprio roadie e bodyguard suonando una canzoncina punk (sì, punk), con Mickael ad annunciare che il prossimo album della band suonerà più o meno così; la vetta musicale invece è la devastazione compiuta da "Deliverance", suonata stupendamente e assolutamente superba nel finale, che potrebbe continuare all'infinito.
Sono passate ormai due ore, e non si può davvero chiedere di più a questa band: ecco allora che sulle parole di un Dj che chiede "un bell'applauso per gli Ofet" possiamo uscire dal locale soddisfatti e un pò tristi, visto che dovremo aspettare almeno il 2008 per rivedere in azione gli Opeth.

Ghost of Perdition / When / Bleak / The Night and the Silent Water / Face of Melinda / The Grand Conjuration / Windowpane / Blackwater Park / Deliverance


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